
[1]Vincenzo Volpesi trasferì a Napoli con la famiglia nel 1863, ove frequentò le scuole elementari, ginnasiali e liceali, ma non superò la maturità[2].
Dal 1867 ebbe come primo maestro nel disegno il fratellasto maggiore Angelo Volpe[2]. Il 27 maggio dello stesso anno si iscrisse all’Istituto di Belle Arti (Accademia di belle arti di Napoli), dove in meno di due anni percorse le cinque classi del disegno, qui fu allievo di Domenico Morelli[3] – uno dei più importanti artisti napoletani del XIX secolo. La sua vasta produzione viene divisa in tre importanti fasi[4], dal 1874 al 1890 si dedicò alla pittura di genere e ai quadri di monacelle; dal 1891 al 1896 dipinse arte sacra mentre il periodo che va dal 1897 al 1929 è segnato da nuove esperienze nella pittura di genere, dall’arte sacra e dalla lunga serie di ritratti.
La sua pittura si fece notare nel 1877 con ritratti e paesaggi, durante la contrapposizione fra la nuova scuola Verista (Palizzi e Morelli), alla quale Vincenzo Volpe aderì, seppur esprimendo nei dipinti il suo mondo interiore e il convenzionalismo accademico. Nel 1880 alcune sue opere esposte a Torino e nel 1881 alla mostra Nazionale di Milano e riscossero notevoli consensi.
Nel 1888 con Edoardo Dalbono fu tra i fondatori della Società Napoletana degli artisti[3].
Morì a Napoli il 9 febbraio 1929
ertamente un pittore che non si limitava alla mera rappresentazione di quanto dipingeva, ma tentava di “narrare l’attimo”, quasi a voler disvelare l’azione[9]. Nella sua carriera artistica, il pittore dai natali irpini, ha alternato gli impegni didattici all’attività creativa, realizzando opere principalmente veriste di genere narrativo ed aneddotico[9]. Fu certamente un sensibile interprete dell’ambiente artistico partenopeo del suo tempo, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento[9].
Fu principalmente un pittore di figure, di paesaggi e di composizioni di scene di genere, esprimendo una particolare caratteristica personale nella sua arte[9].
Il merito del pittore irpino fu quello di aver portato un rinnovamento nell’arte pittorica napoletana, grazie alla schiettezza e alla semplicità del suo linguaggio artistico, che era dotato di un’immediatezza comunicativa caratterizzante[10]. Aveva uno spirito di osservazione alquanto sviluppato, era una persona calma e modesta che instancabilmente lavorava con passione[10].
Olio su tela opera di Vincenzo Volpe[1]– 1800 (h40xl30)
[1]Vincenzo Volpesi trasferì a Napoli con la famiglia nel 1863, ove frequentò le scuole elementari, ginnasiali e liceali, ma non superò la maturità[2].
Dal 1867 ebbe come primo maestro nel disegno il fratellasto maggiore Angelo Volpe[2]. Il 27 maggio dello stesso anno si iscrisse all’Istituto di Belle Arti (Accademia di belle arti di Napoli), dove in meno di due anni percorse le cinque classi del disegno, qui fu allievo di Domenico Morelli[3] – uno dei più importanti artisti napoletani del XIX secolo. La sua vasta produzione viene divisa in tre importanti fasi[4], dal 1874 al 1890 si dedicò alla pittura di genere e ai quadri di monacelle; dal 1891 al 1896 dipinse arte sacra mentre il periodo che va dal 1897 al 1929 è segnato da nuove esperienze nella pittura di genere, dall’arte sacra e dalla lunga serie di ritratti.
La sua pittura si fece notare nel 1877 con ritratti e paesaggi, durante la contrapposizione fra la nuova scuola Verista (Palizzi e Morelli), alla quale Vincenzo Volpe aderì, seppur esprimendo nei dipinti il suo mondo interiore e il convenzionalismo accademico. Nel 1880 alcune sue opere esposte a Torino e nel 1881 alla mostra Nazionale di Milano e riscossero notevoli consensi.
Nel 1888 con Edoardo Dalbono fu tra i fondatori della Società Napoletana degli artisti[3].
Morì a Napoli il 9 febbraio 1929
ertamente un pittore che non si limitava alla mera rappresentazione di quanto dipingeva, ma tentava di “narrare l’attimo”, quasi a voler disvelare l’azione[9]. Nella sua carriera artistica, il pittore dai natali irpini, ha alternato gli impegni didattici all’attività creativa, realizzando opere principalmente veriste di genere narrativo ed aneddotico[9]. Fu certamente un sensibile interprete dell’ambiente artistico partenopeo del suo tempo, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento[9].
Fu principalmente un pittore di figure, di paesaggi e di composizioni di scene di genere, esprimendo una particolare caratteristica personale nella sua arte[9].
Il merito del pittore irpino fu quello di aver portato un rinnovamento nell’arte pittorica napoletana, grazie alla schiettezza e alla semplicità del suo linguaggio artistico, che era dotato di un’immediatezza comunicativa caratterizzante[10]. Aveva uno spirito di osservazione alquanto sviluppato, era una persona calma e modesta che instancabilmente lavorava con passione[10].